Porta dopo porta

Non scrivo più guide di viaggio, ma quando qualcuno mi chiede il modo migliore per scoprire una nuova città, rispondo quasi sempre allo stesso modo: “Dalle sue porte”. Se si è in procinto di partire per Roma, suggerirò qualche porta delle mura Serviane, o delle mura Aureliane, come l’Angelica o la Pertusa.
Capita che questi miei consigli non siano proprio apprezzati, di ricevere sguardi poco convinti, o risposte un po’ piccate da qualche studioso di storia romana che mi dice che quelle porte  non ci sono più o sono state murate. Io ribatto che non è un problema, una porta svolge il suo ruolo, sia che sia murata o demolita, sia che si alzi maestosa nei suoi 38  metri di altezza come la porta Wumen della Città Proibita.

Le porte sono degli oggetti curiosi: parlano i tempi della città, parlano il suo passato, il suo presente e il suo futuro. Le porte sono oggetti curiosi perché sono contraddittorie: sono attraversate dal passaggio, addirittura lo sollecitano, ma possono improvvisamente chiudersi e diventare barriere.

Le porte hanno dato la forma alla città, ne hanno segnato i contorni, ne hanno contrassegnato il nome. Fino a quando sono diventate un ostacolo da abbattere, quando la città moderna ha costruito la sua identità mangiando sempre più velocemente lo spazio che la circondava.

Ma le porte sono ostinate e mantengono la loro forza, anche se dello spazio che hanno abitato rimane solo il nome. Da un passato che torna indietro al Medioevo, emergono Porta Garibaldi, Porta Cremona, Porta Torrelunga, abbattute a fine Ottocento, s’allargano diventando piazzali e dando vita a linee di movimenti che s’incrociano non più in flusso ordinato tra chi entra ed esce, ma in un incrocio di veicoli e persone che animano lo spazio in ogni direzione.

Le porte sono più resistenti di quanto si possa immaginare, anche se risalgono al tempo del primo decumano. Svettano seminascoste tra le tegole rosse dei tetti del centro storico, come Porta Paganora, ora quieto passaggio pedonale. Ma ugualmente portano i segni del loro passato, come i cardini ancora presenti sotto il vòlto di Porta Bruciata. O le loro tracce, ormai invisibili, possono riemergere. Come i resti di Porta Pile, eretta nel XIII secolo, ricostruita come arco neoclassico nell’Ottocento, riaffiorati  durante gli scavi per la metropolitana.

E poi ci sono le porte che costruiscono edificio dopo edificio la città. Ci sono le porte-simbolo, quelle che, come querce secolari, accompagnano la vita della città, quelle della Loggia, quelle del Castello. Ci sono le porte dello spirito, che incarnano il passaggio dal peccato alla grazia, Porte Sante.

Ci sono le porte che raccontano il tempo della nostra quotidianità. Quelle che tutti i giorni apriamo, attraversiamo, chiudiamo, guardiamo, non vediamo. Sono le porte dei condomini da cui usciamo veloci; sono le porte in cui ci soffermiamo a specchiarci dentro; sono le porte che si aprono a metà facendo intravvedere giardini celati; sono le porte esuberanti, quelle che vogliono essere guardate, che si colorano e si travestono, porte d’artista; sono le porte laccate di blu o di rosso, che sembrano uscite da una commedia inglese ambientata in ricco quartiere di Londra, quelle in cui sogniamo di poter entrare; sono le porte tristi, quelle che sono diventate dei semplici muri, perché parte di edifici abbandonati e che sperano di essere riaperte; sono le porte che non vediamo ma che sentiamo, che non sapremmo descrivere, ma che sbattono meccaniche, sono accompagnate dolcemente, cigolano rugginose, che non sono mai stanche di aprirsi e chiudersi. Sinfonie di porte.

Edificio dopo edificio, casa dopo casa, legno dopo legno, ferro dopo ferro, vetro dopo vetro, colore dopo colore, numero civico dopo numero civico, campanello dopo campanello, maniglia dopo maniglia, porta dopo porta. E la tua porta? Qual è l’ultima porta che hai aperto, chiuso, attraversato, ascoltato?

 

 

Informazioni su un viaggiatore senza guida

Non mi è mai piaciuto il termine viaggio, l'ho sempre utilizzato poco. L'ho sostituito con vagabondaggio, peregrinazione, spostamento, pellegrinaggio. Giorgio dice che lo facevo perché volevo nascondermi, far sembrare che facessi qualcosa di diverso da quello che facevo. In effetti, leggere Sebald non mi ha aiutato. Anch'io avrei voluto essere un vagabondo saturnino come lui e creare i suoi intricati, commoventi labirinti. Ma non ci sono mai riuscito. Anche se Giorgio, il mio editore per trent'anni, mi ha detto che me la sono sempre cavata molto bene. “Lo sai quanta gente le tue guide hanno accompagnato?” Già, dall'introduzione geografica, alla storia delle città e dei paesi, dai monumenti più significativi ai consigli gastronomici, fino alla fedele mappa finale. Per me oggi il viaggio è finito. Forse l'ho fatto per troppo tempo. Ed è tempo di fermarsi. Almeno con il corpo, almeno per un po'. L'ho deciso un giorno, all'improvviso. Giorgio c'è rimasto male. Mi ha detto che le mie guide si vendono bene. Credo che sia un po' preoccupato per me. Io non lo sono. L'ho deciso un giorno in una libreria, circondato da tutte le guide che avevo scritto. Ne ho aperta una a caso "...le prime ore del pomeriggio sono le migliori per un’escursione ad Arthur’s Seat, il vulcano a forma di cono estinto..." Certo Arthur's Seat, e le suole di gomma che si sporcano di terra vulcanica. E poi "...ci allontaniamo dal vociare turistico per giungere a calli e campielli contornati da case alte e in rovina...". Naturalmente, il quartiere ebraico di Venezia. Ed ecco un indice, Helsinki, Tampere, Oulu, la Finlandia. Ma tutte quelle parole era come se non fossero state le mie parole. Era come se non mi restituissero i posti in cui ero stato. Era come se non m'appartenessero. Forse è giunto il momento di scrivere il mio viaggio, di riscrivere i viaggi che avevo vissuto. Mi serve un posto e penso di averlo trovato qui, in questa città, a Brescia. Mi serve un posto dove annotare, dove dare forma alle colline su cui ho camminato, ai ciottoli su cui sono inciampato, alla sabbia che mi è entrata nelle scarpe, ai venti che mi hanno accarezzato e sferzato la pelle, al rimbombo dei miei passi nella sala vuota di un museo, allo stupore di fronte ad un cantiere che ha inghiottito la memoria di un pezzo di città. Mi serve un atlante. Gli atlanti mi sono sempre piaciuti. Mi piace vedere rappresentare il mondo sulla carta attraverso un sistema codificato di linee e colori. Mi da sicurezza. Ma questo sarà il mio atlante, senza schemi, senza regole, perché i viaggi che ci raccontano non ne hanno. Un atlante di viaggio in cui ritrovare la mia vita e scoprire una città in movimento.

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