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Una questione di scarpe (e di passi)

 

Se non avessi scritto guide di viaggio avrei venduto scarpe. Mi sono sempre piaciute le scarpe. Raccontano di noi, del nostro mondo, del posto dove viviamo, dei posti dove siamo stati. Ci fanno conoscere il mondo.

Ho scritto da qualche altra parte che le città vanno scoperte dal basso. Aggiungo: ben calati nelle proprie scarpe. Le scarpe connettono al mondo e sono intimamente legate al loro proprietario. Portano l’impronta, il calco di chi le ha indossate.
Ma sono adattabili. Passano da fratello a fratello. Da sorella a sorella. Compagne di vitaE di morte. Nell’antica Cina tutte le scarpe dell’imperatore defunto venivano bruciate. Fedeli fino all’ultimo.
Le scarpe sono sorprendenti. Tanto da diventare edibili. Per fame, come ha fatto Chaplin nella Febbre dell’oro. O per tenere fede ad una scommesso persa, come nel caso del regista Herzog che ha fatto bollire una scarpa cinque ore per poi mangiarsela.
Le scarpe possono essere addirittura pericolose, potenzialmente mortali (per il portafoglio). Come insegnano armadi senza pace da cui fuoriescono suole, tacchi, tacchetti, cinturini, punte, stringhe.

Mi sono sempre piaciute le scarpe e non ho mai amato troppo le mappe. Nelle mie guide ho sempre spinto i viaggiatori a diffidare delle mappe. E a seguire le proprie scarpe. Io ho sempre fatto così. Ho seguito le mie scarpe. Le mappe che, passo dopo passo, hanno costruito le mie scarpe.
Non ho mai amato troppo le mappe. E, ultimamente, non amo troppo tutti quegli strumenti, navigatori, gps, applicazioni, che indicano il modo più veloce, meno veloce, più turistico, più rilassante, meno convenzionale per arrivare in un posto.
Ma, quelli che non ho mai sopportato, sono i contapassi. I controllori del lavoro delle scarpe. Perché viaggiare in fondo è questo: una questione di scarpe (e di passi).

I passi raccontano la città meglio di una mappa, meglio di una qualsiasi applicazione. Perché si portano addosso, attaccati alle suole, la pelle della città.
Passi che prendono il ritmo sobbalzante delle suole gommose; passi legnosi che a fatica si staccano dalla suola di una scarpa nuova; passi che feriscono determinati il cemento; passi su tacchi stretti e sicuri di sé, che corrono veloci in perfetto equilibrio, tenendo tutti a distanza; passi esitanti che slittano sulla brina invernale; passi frenetici che conducono in posti in cui si vorrebbe già essere; passi un po’ dadaisti, che non conducono da nessuna parte. E inseguono vicoli ciechi. Passi che, uno dopo l’altro, disegnano città diverse.

E allora, 10, 100, 1000 passi. Da piazza Loggia all’Ospedale. Anarchici, percorrono a zig-zag l’asfalto, la crosta dei marciapiedi che si fonde dolcemente con la strada. Per diventare più disciplinati in via Monte Suello. Riconoscendo l’autorità della strada. Fino ad attraversare senza esitazione l’ingresso dell’Ospedale. O abbandonare la fretta, ritirandosi su se stessi. Perché si è capito di non voler, non poter arrivare.

10, 100, 1000 passi. Dall’Ospedale al parco Castelli. Passi che lasciano il rumore di viale Europa per immergersi nella quiete di via Schivardi, via Ambaraga, via S. Antonio. Passi a cui non interessa arrivare in un posto. Passi mutanti, che si trasformano in salti, saltelli, corse. Perché quello che conta è battere forte le suole sull’erba, alzarsi e ridiscendere. I passi dei bambini. Quelli che farebbero infuriare il più preciso dei contapassi.

10, 100, 1000 passi. Dal parco Castelli al fiume Mella. Passi che dimenticano l’odore del verde, attirati dall’umido dell’acqua. Attraversano in fretta marciapiedi, calpestano strisce pedonali, desiderosi di non essere più passi. E di scendere nella stazione della metropolitana di Casazza. Passi abitudinari che si trascinano verso il cimitero. Che si destano alle sirene della caserma dei pompieri. Che si specchiano nelle carrozzerie delle auto in fila nelle ore di punta in via Oberdan.

10, 100, 1000 passi. Dal fiume Mella a via Milano. Dai passi lunghi e fluidi che accompagnano l’acqua del fiume a quelli che si perdono nel traffico. Ostacolati dai semafori in via Attilio Franchi. Diretti verso il centro della città. Che decidono di fare una sosta e sporcarsi le suole con la ghiaia di campo Marte. E ritornare sulla strada principale, in via Tartaglia. Per poi deviare subito, intrufolandosi in vie più strette. E trovare scorciatoie o allungare il percorso. Scoprendo un po’ di poesia in via Leopardi, via Parini, via Manzoni.

10, 100, 1000 passi da via Milano a via Lamarmora. Passi incerti che osservano la bocca aperta sul centro ma ripiegano verso destra. Verso i marciapiedi larghi di via XX Settembre a cercare scampoli d’ombra in estate. Ad annegare tra le foglie in autunno. Passi che si alzano su un cavalcavia che guarda lontano. E che s’immergono nella città nuova, fatta di lavoro e di palazzi che solleticano il cielo.

10, 100, 1000 passi da via Lamarmora a viale Venezia. Passi che si nascondono in sottopassaggi, che si arrestano in attesa dei diritti della sbarra di un passaggio a livello. Riprendendo il loro cammino, mescolandosi alle vetrine dei negozi di via Cremona. A porte che si  aprono. A porte ormai chiuse.

10, 100, 1000 passi. Da viale Venezia alla Strada del Soccorso. Passi che si biforcano. Quelli desiderosi di arrivare, che scelgono via Brigada Avogadro, rotella di liquirizia ai piedi della statua di Arnaldo. Quelli che si prendono il loro tempo. E si calano nel passato della città. Che passano per via Musei e s’inerpicano per vicolo S. Urbano fino a via Langer. Per ritrovarsi tutti lì, in cima al castello, nel piazzale della locomotiva. E scomparire, calpestandosi d’estate e d’inverno, in un cunicolo petroso.

10, 100, 1000 passi. Dalla Strada del Soccorso, giù, fino a piazza Loggia. Passi che hanno conosciuto dall’alto le tegole rosse e i campanili della città e, inciampando nei sassi, ridiscendono a capofitto nel ventre della città. E attraversano placidi il buio della galleria. Per riemergere, assaggiando fugaci, i sanpietrini di via Mazzini. Ed impossessarsi spavaldi del centro della strada in Corso Zanardelli. E, infine, tornare da dove erano partiti. (Occupando le geometrie di piazza Vittoria con passi ampi. E insieme rotti e fratti. Quelli degli adolescenti che si guardano, guardandosi sullo schermo di un cellulare).

E le tue scarpe quale, quante città disegnano? 10, 100, 1000 passi che non si possono contare. Passi ammutinati. Liberi dai contapassi.